Auto-organizzazione: dalla natura alle aziende del futuro

Dopo la breve introduzione al pensiero sistemico, alla complessità e alla visione integrale dell’articolo precedente, ora affronteremo insieme uno dopo l’altro i principi fondamentali e come questi possono tradursi in pratiche efficaci in azienda. Partiamo dall’auto-organizzazione.

Uno dei primi insegnamenti del pensiero sistemico è osservare la natura, vedere come funziona la vita nel suo complesso. Il primo aspetto che notiamo è la continua evoluzione della vita verso gradi sempre maggiori di complessità e coscienza: dal semplice batterio all’essere umano capace di autoconsapevolezza. Ciò non riguarda solo i singoli organismi, anche gli ecosistemi evolvono costantemente. Il cambiamento in natura non viene determinato dall’alto (da una specie di “board” della vita, ma è un impulso auto-organizzato che proviene da ogni cellula e da ogni organismo. Detto in termini organizzativi è come se ogni persona e ogni team che fa parte dell’azienda si attivasse autonomamente. Questa attivazione autonoma non porta al caos, ma al contrario compaiono spontaneamente (cioè senza “ordini dall’alto”) ordine, nuove strutture e nuovi comportamenti.

Ecco i 4 fattori chiave per portare l’auto-organizzazione in azienda.

1. Strategia e libertà d’azione

Dal top management arrivano la visione strategica (in che direzione vogliamo andare) e il framework (una struttura di riferimento all’interno del quale muoversi, fatta di poche regole chiare). Alle persone e ai team viene lasciata libertà d’azione.

2. Contenuto del lavoro 

Il processo primario (ciò che l’organizzazione fa: vendere ottimi hambuger, produrre sofisticate tecnologie aerospaziali, assistere persone con disabilità etc.) è al primo posto. Tutto il resto (regole, procedure, attività gestionali e di controllo, livelli gerarchici) va ridotto al minimo. I team e le unità organizzative in quest’ottica sono concentrati sui processi o in alcuni casi sui clienti e non sulle funzioni. Non si chiamano più HR, Marketing, Finance, ma con il nome del processo seguito (“Mission to Mars”) e includono tutte le professionalità necessarie a far funzionare il processo.

3. Intelligenza distribuita

Non solo al vertice ci sono le capacità per decidere, ma anche e soprattutto in periferia, in chi sta a contatto con il cliente (chi cucina e serve l’hamburger, l’operario che assembla i componenti della tecnologia, l’infermiere che cura il disabile). A questo tutti decidono e tutti sono responsabili dei risultati ottenuti.

4. Co-evoluzione

I diversi team che compongono l’azienda collaborano e competono. Allo stesso modo l’azienda collabora e compete con altre aziende. È un bel cambio di mentalità dopo anni di collaborazione interna alle aziende e di competizione proiettata all’esterno.

In questa logica nuova, i team non solo lavorano insieme, ma competono per attrarre più risorse finanziarie e i talenti migliori (che sono liberi di scegliere in quale squadra giocare!). Solo i progetti con più possibilità di successo superano la “selezione naturale”. Questo accadeva anche prima ovviamente, ma “sotto il pelo dell’acqua”, magari con qualche scorrettezza e quindi senza la garanzia che vincesse il migliore. Nelle aziende che praticano l’auto-organizzazione avviene invece secondo le regole del framework.

Inoltr, le altre aziende non sono solo competitor, ma anche partner con i quali sviluppare alleanze strategiche a livello di distretto o territorio. Apparentemente nulla di nuovo, ma in realtà un grande cambio di mindset. In un mondo complesso la singola azienda non può sopravvivere senza le altre, ma nemmeno può farlo sfruttando le altre (in particolare i propri fornitori). Solo se l’“ecosistema” nel quale vive è prospero, l’azienda può crescere.

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